1921-1930 I “ruggenti” anni Venti

Tendenze “restauratrici”, spinte innovative e “americanismo” ispirato al modello di vita dell’unico Paese a godere di condizioni di benessere nel dopoguerra convivono nei “ruggenti” anni Venti, che si concludono con la drammatica cesura segnata dalla crisi del 1929.
In Italia il Fascismo si misura con i primi tentativi di gettare le basi di una moda italiana.

Al termine della Prima guerra mondiale, la moda parigina tardò a ritrovare un trend setter in cui identificarsi. All’inizio degli anni Venti, Jeanne Lanvin (1867-1946), la sarta che aveva incominciato la propria carriera nell’haute couture realizzando vestiti così sontuosi per la propria figlia da suscitare l’invidia delle giovani ragazze dell’alta società parigina, si fece portavoce di una tendenza “restauratrice” attraverso la reintroduzione della crinolina e di decorazioni ottenute con guarnizioni e ricami che contrastavano con l’essenzialità delle proposte di Gabrielle Chanel. Ispirate all’abbigliamento sportivo, queste ultime si caratterizzavano per la semplicità del taglio, la sobrietà delle fogge e la praticità dei materiali, prerogative dell’abbigliamento maschile che lei aveva trasferito e adattato a quello femminile per esprimere un nuovo ideale di eleganza e di femminilità, non più asservite all’ostentazione della ricchezza maschile.  Questo stesso intento trapelò con ancora maggiore evidenza dalla linea di bigiotteria che Chanel incominciò a creare dal 1921, seguendo una strategia di diversificazione il cui primo passo era coinciso con il lancio del suo profumo (la prima fragranza artificiale) e che, di lì a poco, la portò a introdurre un’ampia gamma di accessori in pelle. Il petit noir – il tubino nero che nel 1926 fu battezzato «Chanel-Ford» da «Vogue America» per enfatizzare l’analogia con il modello T uscito dalla nota casa automobilistica statunitense – fu un’altra sorprendente innovazione introdotta da Chanel, che con questo abito introdusse l’uso del nero e dell’abito corto nell’abbigliamento per la sera. La tendenza all’accorciamento dell’abito femminile, incominciata nel decennio precedente, giunse al suo culmine a metà degli anni Venti con l’abito corto sopra il ginocchio sostenuto da due sottili spalline, guarnito di perline e di frange. Insieme all’acconciatura alla garçonne, al lungo filo di perle, al bocchino e alle calze, accessorio che proprio grazie all’accorciamento dell’abito acquistò un’importanza che mai prima d’allora aveva avuto nell’abbigliamento femminile, l’abito-canottiera divenne il simbolo di un periodo – i “ruggenti” anni Venti (1925-1929) – di ritrovata prosperità, dopo le ristrettezze imposte dal conflitto e dalle difficoltà in cui si era imbattuta l’Europa durante la ricostruzione postbellica.

Con l’arrivo delle nuove mode dalla Francia, ripresero vigore gli sforzi per promuovere la nascita di una moda italiana. Dalle pagine della rivista «Lidel» – acronimo dei temi trattati dal mensile «Letture, Illustrazioni, Disegni, Eleganza, Lavoro» – la giornalista Lydia de Liguoro lanciò una campagna a favore della collaborazione fra creazione, produzione e distribuzione, che suscitò scarsi consensi: i consumatori identificavano a tal punto la moda con Parigi da rendere l’imitazione più redditizia dell’innovazione. L’orientamento prevalente propendeva dunque a favore di una dipendenza dalla Francia, mitigata dall’adattamento dei modelli d’Oltralpe al gusto italiano. Per il momento, il Fascismo dovette accontentarsi di esprimere l’originalità della moda attraverso la valorizzazione delle tradizioni folkloristiche e delle lavorazioni artigianali. Ricami, pizzi, merletti, perline di vetro veneziano assunsero la funzione di dare agli abiti femminili un inconfondibile tocco di italianità.