1931-1940 Moda e Grande depressione

La moda francese conserva la leadership mondiale nonostante gli effetti della crisi del 1929. In Italia, il Fascismo intuisce l’importanza della moda come strumento di consenso politico.

Alla fine del 1929, alle prime avvisaglie di crisi della borsa di New York, i compratori americani che si trovavano a Parigi fecero precipitosamente rientro negli Stati Uniti, lasciando le case di moda a corto di ordinativi. Il settore tessile e dell’abbigliamento fu il comparto dell’economia francese che più duramente accusò il contraccolpo della crisi: nel 1925, l’abbigliamento era una delle più importanti voci delle esportazioni francesi, dieci anni dopo era sceso al ventisettesimo posto. Fra i fattori che concorsero a determinare il crollo delle esportazioni di Alta Moda, ebbero un ruolo determinante i comportamenti isolazionistici dei principali partner commerciali francesi, Stati Uniti e Gran Bretagna. Durante gli anni Venti, la Gran Bretagna era il più importante mercato di sbocco europeo delle esportazioni francesi, un primato che ancora conservava nel 1931 sebbene in calo rispetto agli anni precedenti. Nel 1931, infatti, le esportazioni francesi in Gran Bretagna ammontavano a 5.088 miliardi contro la media di 7.484 miliardi del triennio 1928-1930. La maggior parte dei prodotti francesi esportati in Inghilterra era costituita da beni di lusso – articoli di pelletteria, cosmetici, seta – e da capi di abbigliamento. Nel 1932 le esportazioni calarono ulteriormente scendendo a poco meno di 2 miliardi, per toccare i 1.565 miliardi l’anno successivo. Questo trend rifletteva l’adozione di un provvedimento tariffario – l’Import Duties Act (1931) – che imponeva un dazio ad valorem del 10% su tutte le merci di importazione, accresciuto nel 1932 al 25-30% su tutti i beni di lusso francesi. «Buy British» divenne lo slogan con cui in quegli anni i consumatori inglesi ostracizzarono i prodotti dell’haute couture. Prima ancora dell’Inghilterra, gli Stati Uniti avevano inaugurato una nuova era nei rapporti commerciali con l’emanazione dello Smoot-Hawley Tariff Act (1929), che introdusse tariffe protezionistiche molto elevate sugli articoli di importazione. Tra i generi più colpiti dagli aggravi daziari figuravano i pizzi di Calais, su cui fu applicato un dazio ad valorem del 300%, i cappelli con incrementi che variavano tra il 40% e il 75% a secondo del tipo di copricapo, i ricami, il tulle e i lamé francesi, oltre naturalmente alla seta, alla pelletteria e ai capi di abbigliamento. Le esportazioni francesi verso gli Stati Uniti crollarono da 3.335 miliardi nel 1929 a 1.543 miliardi nel 1931. Nonostante il forte calo subito dalle esportazioni, l’Alta Moda francese conservò la leadership sui mercati internazionali grazie a strategie che denotavano l’adattamento all’accentuazione della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi provocata dalla crisi, esemplificate dalla collezione Les robes d’édition di Lucien Lelong (1889-1958) e dalla collezione Bijou de Diamant di Chanel. La prima indicò alle case di moda parigine la strada della diversificazione della produzione nel prêt-à-porter, la seconda invece si rivolgeva al segmento del mercato rappresentato dalla sempre più ristretta élite in cui la ricchezza si era concentrata. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti il nazionalismo pose le premesse per lo sviluppo di un’autonomia creativa che si espresse nella produzione di abbigliamento sportivo rispettivamente classico e informale.

In Italia il Fascismo trasformò la moda in uno strumento di consenso politico e di realizzazione delle ambizioni autarchiche. La retorica del Regime contrappose la donna “anticrisi”, che con le sue forme prosperose simboleggiava il benessere garantito dal Fascismo, al modello di femminilità francese, che prediligeva la donna esile e longilinea. A conferma dell’importanza politica ed economica attribuita alla moda dal Fascismo, nel 1932 fu fondato l’Ente nazionale della Moda con il compito di certificare l’“italianità” della produzione nazionale e di imprimere una direzione unitaria alla politica di valorizzazione e diffusione del prodotto italiano. La penuria di materie prime di cui l’Italia soffrì dopo l’applicazione delle sanzioni commerciali (1936) diede ulteriore impulso alla ricerca di soluzioni innovative nell’utilizzo di materiali sostitutivi e artificiali, in particolare nella produzione di accessori e calzature in cui si distinsero Guccio Gucci (1881-1953) e Salvatore Ferragamo (1898-1960). La raffia al posto della pelle per le tomaie, il sughero in sostituzione del cuoio per le suole, canapa e ginestra invece del cotone, il lanital come surrogato della lana, la viscosa cangiante come la seta, la pelle di rospo, di dentice e di capretto per borse, scarpe e cinture furono i materiali che consentirono alla moda italiana di esprimere finalmente la propria autonomia creativa.