1941-1950 Una nuova geografia internazionale della moda

Dopo la parentesi bellica, Parigi torna ad essere la capitale mondiale della moda con Christian Dior (1905-1957) che nel 1947 lancia il New Look.
In Italia, incomincia a farsi strada l’idea che la moda italiana possa non solo emanciparsi da quella francese, ma persino competere con essa.

La Seconda guerra mondiale coincise con un periodo di gravi incertezze per l’Alta Moda francese. Le difficoltà di approvvigionamento dei materiali e il diradarsi della clientela costrinsero molti atelier alla chiusura. La sopravvivenza della moda francese giunse persino ad essere minacciata dalle forze di occupazione, che tentarono di appropriarsi degli archivi della Chambre Syndicale de la Haute Couture Parisienne – depositari della memoria storica delle maison parigine – per trasferirli a Berlino, la città designata a raccogliere l’eredità di capitale della moda. L’abbigliamento era regolato da norme severe, che stabilivano il numero massimo di metri di stoffa con cui un cappotto o un vestito potevano essere confezionati, oppure l’altezza che le cinture non dovevano superare. Gli abiti inevitabilmente si accorciarono e diventarono più smilzi. Il cappello, realizzato con materiali di risulta e scampoli di stoffa altrimenti inutilizzati, assunse il compito di distogliere l’attenzione dall’impoverimento dell’abbigliamento. Dopo la guerra, Parigi tornò a essere la capitale mondiale della moda. Il suo ritorno sulla scena internazionale avvenne nel 1945 con il Théâtre de la Mode,  una “sfilata” itinerante con più di 150 bambole di filo di ferro vestite con abiti di alta moda realizzati dalle case di moda francesi. Due anni dopo, Christian Dior lanciò la sua prima collezione, soprannominata «New Look» da Carmel Snow, editore di «Harper’s Bazar», in cui ogni traccia delle sofferenze e delle ristrettezze belliche era scomparsa. Le creazioni di Dior – sfarzose ed eleganti, realizzate con abbondanza di tessuti pregiati – proponevano una rielaborazione in chiave moderna dei canoni stilistici tardo ottocenteschi, che suscitò le critiche delle più audaci innovatrici del secolo. Nella sua autobiografia Elsa Schiaparelli ricordò il 1947 come il momento in cui «suonarono le campane a morto, quando il New Look, abilmente immaginato, superbamente finanziato e, infine, lanciato con un fracasso assordante di pubblicità, diede il colpo finale alla più breve esistenza di tutta la storia della moda». Più che dal carattere innovativo, il successo delle collezioni di Dior dipese da una tempestiva e perspicace interpretazione delle tendenze del mercato, e dall’efficacia delle sue strategie manageriali. Dior fu il primo a comprendere il valore della stampa come canale di promozione dell’Alta Moda – contrassegnò ogni collezione con un nome che veniva ripreso nei titoli degli articoli – e a servirsi, limitatamente agli accessori, dei contratti di licenza d’uso del marchio come strumento per finanziare la diversificazione e l’espansione del suo marchio sui mercati internazionali. La ricerca di una maggiore efficacia pervasiva che caratterizzava le strategie manageriali adottate dalla maison Dior era tuttavia il segno che la Seconda guerra mondiale aveva reso più incerto lo scenario competitivo. New York fu la città che per prima riuscì ad approfittare dell’appannamento della leadership francese. Una nuova generazione di disegnatori di moda, tra cui Claire McCardell (1905-1958), si fece portavoce dello stile di vita americano che esigeva abiti eleganti, di qualità, a prezzi accessibili e abbastanza pratici da poter essere indossati da donne attive ed emancipate nella loro vita quotidiana.

Mentre la haute couture francese sembrava sempre meno adeguata ad adattarsi alle esigenze del mercato americano, la moda italiana possedeva esattamente le caratteristiche richieste per poterle soddisfare: una lunga tradizione artigianale, garanzia della qualità dei materiali e della confezione, forza lavoro abbondante e a basso costo. L’influenza politica e culturale esercitata dagli Stati Uniti sull’Europa, uscita a pezzi dal conflitto, rese l’Italia uno dei maggiori beneficiari del declino relativo cui era andata incontro Parigi, al punto che, nella nuova geografia internazionale della moda che si stava delineando in quegli anni, riuscì a farsi largo Roma. Gli abiti confezionati dalle più importanti sartorie della capitale – Simonetta, Fabiani, Carosa, Sorelle Fontana salite alla ribalta internazionale nel 1947 con la creazione dell’abito nuziale di Lynda Christian sposatasi con Tyron Power  – indossati dalle attrici dentro e fuori la scena, fecero del cinema uno dei più efficaci strumenti di promozione della moda italiana.