1961-1970 I giovani

L’industria dell’abbigliamento confezionato in serie diventa una realtà capace di influenzare gusti e consumi della popolazione italiana.
Mentre Parigi si apre ai contributi di una nuova generazione di designer giapponesi, il mini abito di Mary Quant e il corpo da adolescente di Twiggy diventano i simboli del look degli anni Sessanta.

Mentre le passerelle parigine riuscirono ancora a sorprendere ospitando le collezioni degli stilisti giapponesi emergenti Hanae Mori (1926), Kenzo Takada (1939), Kansai Yamamoto (1944), Issey Miyake (1938), la geografia internazionale della moda si arricchì di un ulteriore protagonista grazie a una nuova generazione di stilisti inglesi, che contribuì a ridefinire gli standard della moda. La chiave del loro successo fu la capacità di interpretare e di sfruttare i cambiamenti sociali rappresentati dall’emergere di un nuovo tipo di consumatore – i giovani –, che rifiutava di conformarsi alle tradizioni e alle convenzioni. Il senso di disagio e di ribellione diffuso nel mondo giovanile si espresse anche attraverso la contestazione dei simboli dell’abbigliamento tradizionale: a colletti, pantaloni diritti con la piega, giacca e scarpa classica si contrapposero colli alti, jeans e fuseaux, eskimo e mocassini. Il mini abito di Mary Quant (1934) e il corpo da adolescente di Twiggy  (1949) diventarono i simboli del look femminile degli anni Sessanta, e la “Swinging London” entrò nel novero dei grandi attori della moda internazionale. Mentre i ragazzi londinesi si divisero fra rockers e mods, negli Stati Uniti nasceva il look hippie, una forma di anti-moda affermatasi come segno di identificazione del movimento giovanile che rifiutava il consumismo e condannava la politica estera americana.

Sulla scia dei successi raccolti nel decennio precedente, la moda italiana consolidò la propria fama internazionale grazie sia alle iniziative di firme ormai note che alle idee di giovani talenti creativi. Tra le prime sono da annoverare le sorelle Fendi, la cui pellicceria attiva a Roma sin dal 1925 salì alla ribalta internazionale grazie alla collaborazione con Karl Lagerfeld (1933), che innovò taglio e materiali. Tra i secondi spiccano Mariuccia Mandelli (Krizia, 1935) e Ottavio (1921) e Rosita Missoni (1931), che a Firenze presentarono le loro prime collezioni di maglieria. Nel 1962, venne ricostituita la Camera nazionale della Moda – nata nel 1958 ma rimasta poi inattiva –, da subito impegnata a fronteggiare i primi segnali di crisi che offuscavano il successo della moda italiana, tra cui le rivalità e i dissidi che contrapponevano Firenze e Roma, e le difficoltà economiche in cui si dibatteva l’Alta Moda, che risentiva di costi di gestione troppo elevati, ripartiti su un numero di creazioni troppo esiguo. Alcune case di moda decisero in quegli anni di compiere il passo verso la produzione di prêt-à-porter di lusso. Per l’Italia, la grande novità del decennio è tuttavia rappresentata dall’affermazione dell’industria dell’abbigliamento confezionato in serie, che porta a maturazione il ciclo delle innovazioni introdotte nella seconda metà egli anni Cinquanta con la “rivoluzione delle taglie”. Per la prima volta, anche per il consumatore italiano, venne così a esistere un’alternativa alla produzione sartoriale.  Nonostante gli ostacoli culturali e commerciali – in Italia “abito pronto” era ancora sinonimo di “abito usato” e l’arretratezza del sistema distributivo giocava a sfavore della diffusione dell’abito confezionato –, le imprese che producevano abbigliamento si moltiplicarono e realizzarono ingenti investimenti in capitale fisso, marketing e distribuzione. Gruppo Finanziario Tessile, Max Mara, Marzotto posero le basi delle realtà industriali che, nei decenni successivi, diventeranno i principali interlocutori di stilisti italiani e stranieri.