1971-1980 Il trionfo del prêt-à-porter

Mentre il ritmo di avvicendamento delle mode subisce una forte accelerazione, il rapporto fra stilismo e industria imprime una svolta alla storia della moda italiana e proietta Milano nella geografia internazionale della moda.
In Francia il processo di democratizzazione della moda si concentra intorno al gruppo Créateurs et Industriels. In Inghilterra nasce il punk.

In Francia il processo di democratizzazione della moda si concentrò intorno al gruppo Créateurs et Industriels, creato da Didier Grumbach (1937). Erede di una dinastia di industriali dell’abbigliamento, nel 1970 è direttore generale del gruppo che produce il prêt-à-porter Saint Laurent Rive Gauche, Givenchy Nouvelle Boutique e le collezioni di moda pronta di Valentino, Chanel e Philippe Venet (1929). Le sfilate parigine di prêt-à-porter abbandonarono le tradizionali passerelle per diventare veri e propri spettacoli. Questo divorzio dall’Alta Moda fu il presupposto di un rapporto di complementarità destinato a consolidarsi negli anni Ottanta. Negli Stati Uniti Ralph Lauren (1939) e Calvin Klein (1942) uscirono dall’anonimato dedicandosi all’eleganza casual femminile e maschile, ma ci vorrà ancora un decennio prima che l’America riesca a conquistare una vera e propria autonomia stilistica. Intanto Londra si fece ancora portavoce dei movimenti giovanili: nel 1976 nacque il punk divenuto moda grazie a Vivienne Westwood (1941).

Il decennio è caratterizzato dal persistere di gravi incertezze economiche che si ripercuotono sulla produzione e sul consumo di abbigliamento. Per diminuire i costi, le grandi imprese che si erano formate nel corso degli anni Sessanta avviarono un processo di rinnovamento che le portò a ridurre il numero degli addetti, a investire in nuove tecnologie, a snellire la propria struttura ricorrendo al decentramento di intere fasi del processo produttivo. L’industria italiana dell’abbigliamento assunse di conseguenza una configurazione del tutto nuova rispetto al passato: il numero medio degli addetti per unità produttiva calò sensibilmente e il tessuto fatto di piccole e piccolissime imprese specializzate, flessibili, e agglomerate nei “distretti” che emerse in quegli anni diventò la cifra distintiva del sistema industriale italiano, particolarmente nel settore del tessile e dell’abbigliamento. Sul fronte dei consumi, la contrapposizione generazionale si acuì ma i giovani incominciarono a non essere più gli unici a esprimere forti istanze di cambiamento. Anche tra gli adulti si diffuse il rifiuto dell’omologazione dei gusti che la standardizzazione della produzione di abbigliamento confezionato aveva inevitabilmente imposto. In Italia, Walter Albini (1941-1983) fu il primo a intuire che la risposta al cambiamento nei gusti e nei comportamenti di consumo di abbigliamento doveva andare nella direzione di una maggiore personalizzazione del prodotto industriale, ottenuta attraverso la collaborazione fra stilismo e industria nella fase della progettazione del prodotto e del processo produttivo per realizzarlo. Albini aveva in mente una moda industriale così diversa dalle creazioni artigianali che sfilavano sulle passerelle fiorentine e dall’Alta Moda romana da necessitare di un nuovo trampolino di lancio. Artefice del primo esempio di collaborazione fra moda e industria spinta fino alla creazione di intere collezioni, preceduta da un’intensa attività di studio e modifica delle macchine e dei tessuti in funzione dei progetti stilistici, all’inizio del decennio Walter Albini decise di presentare a Milano le proprie creazioni disegnate per cinque diverse case di moda (Basile, Escargots, Callaghan , Misterfox, Diamant’s, alla quale subentrò dopo breve tempo Sportmax), specializzate in differenti produzioni (giacche, maglieria, jersey, abiti, camicie) fra loro complementari. Il distacco dalle passerelle fiorentine – condiviso da Krizia, Jean Baptiste Caumont (1932), Missoni, Ken Scott (1919-1991) – segnò una svolta nella storia della moda italiana. Fu in quegli anni infatti che Milano si affermò come una delle principali capitali internazionali della moda grazie a stilisti con spiccate doti imprenditoriali e manageriali del calibro di Albini che, nel 1975, presentò una collezione maschile con il proprio marchio, precorrendo ancora una volta i tempi; di Gianni Versace (1946-1997), che debuttò disegnando la collezione Complice di Girombelli; di Giorgio Armani (1934) che, dopo aver lavorato a lungo per la Hitman di Cerruti, inaugurò nel 1978 con il Gruppo Finanziario Tessile una nuova forma di collaborazione con l’industria basata sui contratti di licensing.