Il XIX secolo

La storia della moda ottocentesca è compresa fra due estremi: la rinuncia, che si manifesta all’inizio del secolo nell’abbigliamento maschile, all’ostentazione della ricchezza attraverso i simboli convenzionali del lusso, e la nascita dell’haute couture, che consegna a Parigi lo scettro di capitale internazionale della moda.

All’inizio del XIX secolo, una nuova classe ascese ai vertici delle gerarchie sociali. Si trattava della “aristocrazia delle fabbriche”, una classe formata dagli imprenditori che avevano accumulato fortune con le attività manifatturiere e commerciali sviluppatesi durante quella che gli storici dell’economia e dell’industria chiamano «prima rivoluzione industriale»: un processo lungo e complesso, frutto della combinazione di innovazioni tecnologiche e organizzative, che dall'Inghilterra si estese all’Europa continentale, travolgendo gli equilibri economici, sociali e politici preesistenti. I nuovi ricchi che appartenevano a questa classe sociale adottarono un modo di vestire che li differenziava fortemente dalla aristocrazia nobiliare delle corti, il più autorevole laboratorio di nuove mode e di nuovi modelli di eleganza dell’età preindustriale. Mentre l’abbigliamento del cortigiano era un tripudio di colori, quello dell’imprenditore della prima rivoluzione industriale inglese presentava una gamma cromatica limitata in cui erano ammesse esclusivamente le tinte scure. La giacca sostituì la livrea. I pantaloni si allungarono decretando la scomparsa di un accessorio immancabile nell’abbigliamento del cortigiano: le calze di seta cangiante. Dettagli e accessori divennero i segni distintivi dell’eleganza del nuovo aristocratico: il taglio perfetto dell’abito, il colletto della camicia immacolato e inamidato che si intravedeva sotto la giacca, le scarpe perfettamente lucidate, cappello e bastone a completare un abbigliamento che esprimeva la rinuncia a ostentare la ricchezza attraverso i simboli convenzionali del lusso, ma anche la necessità di elaborarne di nuovi. Mentre l’abito maschile sobrio – “classico” diremmo oggi – conservò la funzione di denotare l’identificazione con una nuova classe sociale , l’abbigliamento femminile assunse la funzione di manifestare la ricchezza che derivava dall’appartenervi. Un guardaroba completo di abiti per ogni occasione della vita quotidiana, regolata dai codici di etichetta, insieme a corsetto e crinolina che, indossati, disegnavano una silhouette a clessidra, diventarono gli strumenti attraverso i quali le donne della nuova borghesia industriale esprimevano il proprio status sociale. Per confezionare una crinolina erano necessari molti metri di tessuto. Per renderla unica, si ricorreva alla sovrapposizione di strati di tessuto abbellito con guarnizioni. Quanto più la crinolina era ampia ed elaborata, tanto più i movimenti erano impacciati. Indossarla indicava quindi l’appartenenza a una classe sociale elevata: per allacciare il corsetto e per infilare la gabbia che sosteneva la gonna occorreva l’aiuto del personale domestico. Inoltre, alla donna che li indossava era evidentemente precluso lo svolgimento di qualsiasi attività. Negli ultimi decenni del secolo, la nascita dei grandi magazzini, la moltiplicazione dei giornali di moda, insieme alla diffusione della macchina per cucire e dei cartamodelli, resero più semplici l’imitazione e la riproduzione delle ultime novità della moda. Nel contempo, l’incremento dei redditi nei Paesi che stavano attraversando un periodo di intensa crescita economica rese le ultime novità della moda accessibili a un pubblico sempre più vasto. Si assistette così a un processo di democratizzazione della moda, che portò i simboli di cui l’abbigliamento femminile si era servito per ostentare la ricchezza a non essere più appannaggio di pochi. Nel corso degli anni Settanta del XIX secolo, Charles Frederick Worth (1825-1895) interpretò il bisogno di differenziazione delle classi sociali più ricche riducendo, fino a dimezzarlo, il volume della crinolina, che aveva raggiunto dimensioni enormi: la parte anteriore dell’abito si appiattì, il tessuto si riunì interamente sulla parte posteriore sostenuto dalla tournure, una sottostruttura inglese di nascita ma parigina di adozione, che teneva alzati i lembi della gonna mediante una mezza gabbia o una sottogonna coperta da volant. Worth fu il primo a introdurre innovazioni – l’uso delle modelle, il concetto di collezione, l’etichetta firmata, la standardizzazione di alcune parti dell’abito –, che gli consentirono di affermarsi come trend setter in Europa e negli Stati Uniti, e di passare alla storia della moda come il padre dell’haute couture. A differenza del sarto, Worth non confezionava i vestiti assecondando i gusti delle clienti. Al contrario, era egli stesso arbitro del gusto. Alle sue clienti lasciava soltanto la libertà di scelta, all’interno di una gamma limitata di proposte, del tessuto con cui realizzare l’abito. Le sue creazioni dettavano lo stile a cui il gusto delle donne dell’alta società doveva conformarsi per essere certe di vestire alla moda. Con la nascita dell’Alta Moda, nell’ultimo quarto del secolo Parigi diventò la capitale indiscussa del gusto e dell’eleganza. Per tutta la prima metà del Novecento, e anche oltre, gli altri Paesi, Italia compresa, furono relegati a svolgere il ruolo di importatori, imitatori e propagatori delle mode parigine.