Franco Moschino (1950-1994)

Dopo aver esordito come disegnatore di tessuti per Gianni Versace, alla fine degli anni Settanta, Franco Moschino intraprende un’autonoma carriera nel mondo della moda, che lo porta a fondare nel 1978 una società per la creazione e la vendita di modelli per l’industria tessile e dell’abbigliamento, con cui nel corso degli anni avviò numerose collaborazioni, e a firmare le proprie collezioni. Cheap&Chic, lanciata nel 1987, gli consentì di interpretare al meglio il ruolo di maestro della dissacrazione, che la stampa di moda gli aveva attribuito fin dalle prime sfilate. La collezione irrideva il culto dell’immagine che ha pervaso la società dei consumi degli anni Ottanta facendo di Moschino uno dei personaggi più autentici della storia della moda di quegli anni.


La moda diventa bersaglio delle provocazioni e dei paradossi di Moschino che si prende gioco del culto dell’immagine che pervade la società dei consumi degli ultimi anni del Novecento.

Francesco (Franco) Moschino nacque ad Abbiategrasso, alle porte di Milano, da Battista, imprenditore metallurgico, e Giuseppina Boeri. Dopo gli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera avrebbe voluto affermarsi come pittore ma l’incontro con Gianni Versace, per il quale realizzò alcuni disegni di tessuti, lo introdusse sin dagli inizi degli anni Settanta nel mondo della moda, in cui inizialmente si affermò come illustratore di prestigiose testate – «Gap», «Linea Italiana» e «Harper’s Bazar» – e come disegnatore per diverse aziende produttrici di abbigliamento. Conclusa, nel 1977, la collaborazione con Versace, l’anno successivo fondò, insieme all’amico Mauro Foroni, anch’egli disegnatore, la società Franco Moschino per la creazione e la vendita di modelli per l’industria tessile e dell’abbigliamento, con la quale nel corso degli anni furono avviate numerose collaborazioni: Moschino disegnò il prêt-à-porter prodotto dalla ditta parigina Dejac, la linea Hamilton per Nordic Furs, la linea di camiceria Davidoff per la Ascam e Lory of Florence, la linea Albinea, diventata poi Pianoforte per Max Mara, la linea della pellicceria Matti, la maglieria Blumarine e i costumi da bagno Armonia. Cadette – impresa fra le prime ad aver intuito l’importanza della collaborazione fra stilismo e industria e ad averla sperimentata con il precursore Walter Albini – lo ingaggiò dal 1978, facendolo debuttare come fashion designer sulle passerelle della Fiera di Milano, al 1983, anno in cui Moschino incominciò a “firmare” i propri capi, prima quelli femminili e poi le collezioni uomo.

Nel 1984 la società Franco Moschino si fuse con Moonshadow, una società specializzata nell’organizzazione di attività promozionali dei marchi emergenti nel campo dell’abbigliamento, degli accessori e dell’arredamento. Dal 1984 al 2000, anno dell’acquisizione da parte della AEFFE – l’impresa riminese dei fratelli Alberta e Massimo Ferretti, licenziataria “storica” del marchio Moschino – la società Moonshadow concentrò le attività di creazione stilistica, promozione e gestione delle licenze di produzione distribuite fra diverse aziende fra cui, oltre alla citata AEFFE, Sportswear International (jeans), IPAC e ALMA (maglieria), Maska e Miroglio (abbigliamento femminile), Portolano (guanti), Malipiero (cartoleria), Lario Seta (foulard), Ottica Ratti (occhiali), Falc (calzature) Marvel (costumi), Redwall (pelletteria), Sharra Pagano (bigiotteria). Moltiplicatisi nel corso degli anni fino a diventare una ventina, i contratti di licenza segnarono il rapido diversificarsi dall’Alta Moda femminile in cui lo stilista aveva esordito con il marchio Moschino Couture, al prêt-à-porter, all’abbigliamento maschile e a quello casual, alla maglieria esterna e all’intimo, agli accessori.


I risultati economici furono di assoluto rilievo: nel 1988 gli utili realizzati da Moonshadow sfondarono il miliardo di lire. Un traguardo che rifletteva la felice intuizione concretizzasi nel lancio sul mercato della collezione Cheap&Chic, prodotta dalla rete di laboratori esclusivisti, organizzata tra Romagna e Marche, e pensata per i giovani, che gli consentì di interpretare al meglio il ruolo di maestro della dissacrazione che la stampa di moda gli aveva attribuito sin dalle prime sfilate. Dal punto di vista stilistico la collezione è ispirata dall’irrisione del culto dell’immagine che pervade la società dei consumi degli anni Ottanta, bersaglio delle provocazioni e dei paradossi di Moschino. L’irriverenza verso la moda prese la forma di oche applicate ai vestiti femminili, uova fritte disegnate sulle tasche, abiti stampati «no stress no dress», a cui si aggiunsero il tubino nero con prezzo ricamato, l’autoironica T-shirt con la scritta «Moschifo», i vestiti fatti con i sacchi della spazzatura, con posate al posto dei bottoni e tazze invece del reggiseno. Nella campagna pubblicitaria del 1990, considerata il culmine della sua battaglia, di cui era al tempo stesso paladino e vittima, la moda è rappresentata da un vampiro abbinato alla scritta «Stop the fashion system».

Nel 1993, per celebrare il decennale della griffe Moschino, la Permanente di Milano gli dedicò la mostra retrospettiva 10 anni di caos, in cui Moschino espose per la prima volta al pubblico i propri quadri.

Nel 2000, con il passaggio ad Aeffe dell’intero capitale della maison Moschino, del suo management e del suo staff stilistico guidato da Rossella Jardini Conti, il pluriennale rapporto di licenza instaurato con il gruppo romagnolo è sfociato nell’acquisizione del marchio con cui si è definitivamente conclusa l’incerta e difficile transizione aperta dalla prematura scomparsa dello stilista avvenuta nel 1994.

Bibliografia: