“Ogni uomo corre contento”: la taglia nell’abbigliamento confezionato

L’adozione di procedimenti statistici per la determinazione delle taglie risale agli anni della Prima guerra mondiale quando, negli Stati Uniti, un migliaio di reclute furono misurate con lo scopo di disporre di dati utili alla preparazione di modelli per uniformi. Per la pubblicazione di uno standard commerciale si dovette però attendere l’inizio degli anni Cinquanta, quando anche in Italia le più importanti imprese tessili incominciarono a produrre abbigliamento confezionato in serie, che da quegli anni divenne una alternativa reale alla confezione sartoriale su misura. L’archivio storico del Gruppo Finanziario Tessile (GFT), conservato presso l’Archivio di Stato di Torino, consente di ricostruire il passaggio dalla confezione sartoriale a quella industriale.

Ogni uomo corre contento
I primi Caroselli spiegavano come il sistema di 120 taglie conferisse all’abito confezionato una vestibilità molto simile a quella dell’abito sartoriale, risparmiando all’uomo inutili perdite di tempo.

 

Dopo la Seconda guerra mondiale, la popolazione italiana indossava ancora prevalentemente abiti confezionati su misura. La tendenza ad acquistare abiti pronti era più diffusa nella popolazione maschile, un fenomeno che trova spiegazione nella minore varietà e variabilità dei modelli tipica dell’abbigliamento maschile dell’epoca. A prescindere dalle differenze di genere, secondo le rilevazioni statistiche, la preferenza per gli abiti comperati confezionati cresceva passando dal Nord al Sud del Paese per toccare la percentuale massima nelle isole, mentre la tendenza inversa e complementare si registrava per gli abiti fatti fare su misura. Indubbiamente, questi comportamenti di consumo denotavano l’arretratezza industriale del Paese, che ancora non poteva contare su una produzione di abbigliamento confezionato in serie, ma anche il profondo convincimento culturale che pronto fosse sinonimo di usato. Dunque, l’abito pronto era l’abito della popolazione meno abbiente.

Nell’età preindustriale l’abito usato – in tutte le sue possibili accezioni: rimaneggiato, di seconda mano, riciclato di generazione in generazione, ecc. – non era affatto prerogativa esclusiva dei ceti che non si potevano permettere il sarto e, una volta immesso nel circuito degli scambi, era uno degli strumenti più efficaci di diffusione e di circolazione delle mode. Bene raro anche per i ceti più abbienti, nell’Italia della seconda metà del Novecento, l’abito sartoriale era ancora considerato un traguardo ambito. La “misura” era un simbolo di status, mentre la taglia restava prevalentemente confinata alla produzione di abbigliamento per usi militari e per le divise in uso presso la pubblica amministrazione.

I primi segni di cambiamento nel modo di concepire il consumo e la produzione di abbigliamento incominciarono ad avvertirsi con l’applicazione del “piano Marshall” (1948-1952) con cui gli Stati Uniti intervennero nel processo di ricostruzione dei Paesi europei. Proprio gli Stati Uniti erano stati pionieri dell’adozione di procedimenti statistici per la determinazione delle taglie. Durante la Prima guerra mondiale, un migliaio di reclute americane erano state misurate con lo scopo di disporre di dati utili alla preparazione di modelli per uniformi. Soltanto alla fine degli anni Quaranta, tuttavia, era stata condotta una ricerca su un campione molto più ampio, questa volta femminile, che consentì di perfezionare i criteri di misurazione precedentemente adottati, portando alla pubblicazione, nel 1952, di uno standard commerciale. In Italia, i primi tentativi di imitazione del modello americano risalgono agli anni Cinquanta ad opera di diverse imprese, tra cui Marzotto (marchio Fuso d’Oro), Lanerossi (marchio Lebole), Miroglio (marchio Vestebene), Luigi Bianchi (marchio Lubiam). A Torino il Gruppo Finanziario Tessile (GFT) si pose alla frontiera del processo di rinnovamento dell’industria tessile e dell’abbigliamento italiana, introducendo quella che nella storia dell’azienda è ricordata come la “rivoluzione delle taglie”. Il numero delle taglie passò da meno di venti a circa centoventi, e non si trattava più di taglie teoriche, standard, ma di taglie che riflettevano finalmente le caratteristiche fisionomiche della popolazione italiana. Il GFT aveva infatti impegnato venditori e negozianti nel compito di attivare una rilevazione antropometrica degli italiani, misurando un campione di popolazione (circa 25.000 persone) distribuito in tutto il territorio nazionale.

L’adozione del sistema delle taglie si è realizzata insieme alla innovazione delle tecniche pubblicitarie e alla trasformazione delle tecniche di distribuzione. Attraverso la moltiplicazione dei punti vendita Marus (Magazzini abbigliamento ragazzo uomo signora), la commercializzazione del prodotto a prezzi predeterminati, l’uso del marchio Facis (Fabbrica abbigliamento confezioni in serie) per le confezioni maschili e del marchio Cori (Confezioni Rivetti) per quelle femminili la popolazione italiana familiarizzò con il nuovo tipo di abbigliamento.

La nascita della confezione industriale segnò una svolta nel processo di formazione e di accumulazione delle “capacità organizzative manageriali” del sistema moda italiano. Non a caso, il GFT fu tra le prime imprese italiane ad avviare rapporti di collaborazione con gli stilisti e fu l’artefice del successo americano conquistato alla fine degli anni Settanta dalla giacca destrutturata creata da Giorgio Armani.

Bibliografia: